Anche io volevo solo commentare

* un post di Gatto Nero.

Anni fa, a teatro, davano uno spettacolo di Cesare Lievi, mio prof. di regia teatrale. Uno che di morte ne sa.
Iniziò creando Il Teatro dell’Acqua insieme al fratello, ma questi se ne andò presto a causa dell’aids e lo lasciò solo, con il cuore maciullato.
Di per sè lo spettacolo non mi impressionò molto. Sì, belle luci, bravo l’attore col sui finto accento slavo, ma nulla di che.

Però ci fu una frase (che non ricordo abbastanza bene da virgolettare) che mi schiantò in un’altra dimensione. Quando ami una persona […] hai paura che muoia.

Mi sembrò la cosa più vera che avessi mai sentito. Più vera della sedia su cui sedevo, di mia madre di fianco a me e del temporale che lampeggiava dalla finestrella del soffitto.

Tutto poteva scomparire, ma l’unica cosa che il mio cuore voleva era che le persone che amavo non morissero.

N anni fa andai a prendere mia zia in ospedale. Era stata ricoverata per una pleurite. Il referto di dimissioni recava da qualche parte “cellule neoplastiche di natura cancerosa”. La frase dello spettacolo rimbombò nella mia piccola testolina post-adolescenziale. Poi la quiete e la rassegnazione.
Nonostante i vari “indoramenti della pillolla”, giri di parole per definire la chemio, barlumi di speranza e invocazioni al miracolo… Il calvario durò 5 anni, iniziò al reparto oncologico del Fatebenefratelli, poi al centro per la terapia del dolore al Niguarda e infine a casa, nel suo letto.
Quando una sera di agosto subentrò il coma epatico e i polmoni cominciarono a riempirsi di liquido, non ci fu che l’attesa dell’ultimo respiro. L’ ultimo respiro. Un concetto da film, da Harmoy, non da “la mia vita”.
Rimasi sempre con lei. Non di fianco, ma nei dintorni, per non farle capire (cazzata, lei sapeva) che stavamo aspettando solo di chiamare il medico legare per la constatazione del decesso.

Passarono 18 ore. Il respiro un po’ rantolare si fece silenzioso, corto, minuscolo. Un minuscolo respirino, sempre più corto, sempre più raro. Finchè il torace non si mosse più.
Svegliai mio zio, telefonai ai miei genitori, avvisai le mie cugine, cercai di spiegare a mia nonna che se le metti il dito sotto al naso e senti l’aria muoversi non è che respira, è l’ossigeno che continua ad uscire dalla bombola, ora la chiudo…
Poche ore dopo, io e lei la preparammo per il funerale: lavaggio, vestiaggio, pettinaggio. In un attimo era 3 metri sotto terra.
Mio zio tenne un discorso bello e tutti ne furono stupiti e ammirati; poi venne a chiedermi se era andato bene perchè non sapeva nemmeno cosa stesse dicendo mentre era sul pulpito.
Tutti piangevano, tranne me. Mi ero imposta di non piangere e fu facile perché semplicemente non mi veniva da piangere. Anche se ora percepisco che non era esattamente così.

Sulla foto ricordo distribuita più tardi e stampata in, credo, 500 copie plastificate c’era la sua foto e, scritta dietro, una frase che immaginai doveva essere qualche banalità tipo “Che Dio l’abbia in gloria”, “Riposa in pace”…
Girai con indifferenza e lessi: “Ciao, sono Paola”.

Oggi sto a guardare la gente, i miei cari, gli amici e invece di pensare al fatto che non voglio che muoiano, penso al loro respiro. Cerco di capire quanto manca all’ultimo, quando avverrà, in che situazione, cosa succederà dopo. Come mi sentirò.
E ho paura di non riuscire a piangere neanche allora.

Informazioni su NevaNevae

I have no fear, I'm running wild.
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